30/03/22

Modello Corviale. Azioni e programmi tra arti, architettura e urbanistica

Articolo pubblicato in: Fabio Ciaravella (ed), Pop Housing, Lettera Ventidue, Siracusa 2021, pp. 43-57

Corviale, che i romani chiamano il Serpentone, è uno dei massimi esponenti di quei quartieri modello abbandonati prima dagli architetti che li avevano immaginati, poi dalle amministrazioni che avrebbero dovuto gestirli e infine dalle città che hanno voltato la faccia per non guardarli. Pezzi di città lasciati al dibattito architettonico, alle strumentalizzazioni dei partiti, al controllo delle questure, agli assistenti sociali e alla buona volontà degli abitanti che con grande fatica sono riusciti a non farli esplodere. Negli ultimi anni le cose sono in realtà cambiate e attualmente Corviale è oggetto di un programma di Rigenerazione Urbana della Regione Lazio, a cui partecipo in seno al Laboratorio di Città dell’Università di Roma Tre[1]. Il progetto prevede la regolarizzazione degli abitanti abusivi del quarto piano occupato, destinato originariamente a servizi, affrontando il tema della legalità senza tradurlo nella semplice eliminazione di ciò che è illecito, ma trasformando in assegnatario chi possiede i requisiti per avere un alloggio popolare. Le occupazioni hanno certamente generato conflitti, ma allo stesso tempo hanno messo in luce molte contraddizioni e hanno svolto un ruolo di sussidiarietà nell’affrontare il tema dell’emergenza abitativa, riducendola numericamente. È giunto il momento di guardarle con altri occhi e di cominciare ad immaginare nuove strade. A Roma infatti l’emergenza casa continua ad essere un problema non solo irrisolto ma in continuo incremento[2], e quanto sta avvenendo a Corviale potrebbe fare da apripista non solo a Roma ma estendersi al panorama nazionale. Si comincia a parlare di modello Corviale anche per altri quartieri pubblici romani come Tor Bella Monaca, Tor Sapienza e il Quarticciolo dove sono cominciati processi di rigenerazione. Ma bisogna ricordare che quello di Corviale non è un progetto meramente edilizio, perché prevede un accompagnamento sociale ed artistico e coinvolge l’università nel delicato compito di portare innovazione in un campo a cavallo tra urbanistica, arte e architettura. Sono convinto infatti che sia proprio in queste occasioni che l’arte, intesa come ricerca e azione interdisciplinare, possa costruire quel campo di relazioni tra abitanti e amministrazioni che è sempre mancato. È qui che si devono affiancare le ordinarie procedure degli uffici tecnici con inedite modalità di intervento tra arte e architettura e sperimentazione sociale. È evidente che quello che abbiamo finora chiamato rigenerazione urbana deve aprire spazi ad una ricerca interdisciplinare a fini sociali. Quelli che seguono sono una serie di passi di avvicinamento a quanto sta succedendo oggi, legati alla mia storia personale con Corviale.

Arte, architettura e sperimentazione sociale. La prima volta che ci sono entrato è stato nel 1990 per scrivere un articolo per l’Architecture d’Aujourd’hui[3]. Corviale era abitato solo da sette anni, c’era il grande palazzone di un chilometro ma mancavano i mezzi per arrivarci, non c’era la scuola né i servizi fondamentali, e diecimila persone deportate nel pieno della campagna romana, lontani da tutto, che cercavano di abitarlo. L’articolo si chiamava Corviale la plus longue erreur du monde e finiva con le parole di un abitante che stava costruendo una fioriera di fronte ad uno degli scaloni d’ingresso: “signori architetti non rifate mai più un errore simile. Non rifate più questo errore”. Avevo ventitré anni, ero uno studente di architettura e i nostri professori, seppure le megastrutture non andassero più di moda, ci insegnavano a rimanere nell’ambito disciplinare, tra i tavoli da disegno, lontani dalla città e dalle persone. Nel rileggere oggi quell’articolo lo trovo pieno di stereotipi e di parole che oggi non userei più, ma c’è una posizione critica molto chiara: “Non si può ridurre la città all’architettura e l’architettura ad opera d’arte riempita di appartamenti (…) L’architettura non deve giocare con la vita della povera gente e sottometterla ad esperimenti”. Arte, architettura e sperimentazione sociale erano termini che andavano radicalmente rivisti.

Immaginare Corviale. Nel 2004 ci sono tornato con Stalker/Osservatorio Nomade e non mi ponevo più il problema se Corviale fosse o no un errore, semplicemente era lì e bisognava fare i conti con quello che c’era. L’intenzione era di esplorarlo e perlustrarlo, sgomberi da pregiudizi e dalle posizioni già maturate dal dibattito accademico. Era abitato da ormai venti anni e noi come artisti eravamo chiamati dalla Fondazione Olivetti a Immaginare Corviale.[4] Osservatorio Nomade era una rete di artisti e ricercatori che Lorenzo Romito aveva costruito intorno a Stalker nel 2002 e quello di Corviale è stato quindi uno dei primi progetti di ON. In una mappa degli attori coinvolti si comprende la strategia del progetto e i ruoli di partecipanti, committenti, abitanti, artisti e architetti. È un diagramma con tre grandi insiemi: ON/Field, ossia i progetti artistici operanti nel campo; ON/UniverCity, i workshop condotti da gruppi di giovani architetti con tantissimi studenti; ON/Network, la nostra televisione, i flyer e i giornalini che aggiornavano Corviale e la città su quello che andavamo facendo. Tutto questo è stato raccontato in diverse occasioni[5]. Ma ci sono alcune azioni che mi sembra importante riprendere come modalità di intervento artistico e urbanistico decisamente attuali e che si potrebbero impiegare anche in altri luoghi.

Abitare temporaneamente come artisti. Con il progetto “Storie Comuni”, gli artisti Matteo Fraterno e Cesare Pietroiusti erano riusciti a convincere Loredana, una signora rimasta sola in un grande appartamento al nono piano del Terzo Lotto, ad ospitarci e trasformare casa sua nel nostro quartier generale. Qui abbiamo invitato a cenare insieme a Loredana e alle sue amiche, alcuni personaggi che avevano partecipato alla nascita di Corviale come Renato Nicolini, Achille Bonito Oliva e Stefano Fiorentino figlio di Mario, l’architetto del Serpentone. Avere una base dentro l’edificio ci permetteva di andare in giro non come visitatori ma come “ospiti di Loredana”. E questo cambiava tutto.

La televisione come architettura immateriale. Nel frattempo a Corviale la città era arrivata, c’erano l’ambulatorio, il centro anziani, la palestra, le scuole, gli autobus, la chiesa, la biblioteca, il bar, il laboratorio territoriale del Comune ed erano nate diverse associazioni e comitati. Ma gli abitanti si vergognavano di dire che abitavano a Corviale. Seppure fosse diventato un quartiere normale, con gli stessi problemi di tutte le periferie romane, Corviale per la città era ancora un mostro. La sua immagine, così riconoscibile e così stereotipata, veniva usata come scenografia di famose trasmissioni televisive, e i telegiornali nazionali la mostravano per ogni fatto di cronaca di una qualsivoglia periferia italiana. Anche se nel frattempo Corviale non era più quello che era stato negli anni Ottanta, i media su quell’immagine obsoleta avevano costruito un immaginario di violenza, droga e disagio sociale. Avevano costruito la maschera del mostro ed era quindi con i media che bisognava togliergliela. È da questo ragionamento che è nata la televisione di quartiere Corviale Network. La redazione era formata da artisti di ON e da abitanti di Corviale scelti con degli esilaranti provini filmati dentro gli ascensori. Tra i suoi programmi c’erano ricette di cucina girate negli appartamenti, inchieste sugli appalti della manutenzione degli ascensori, interviste al postino, agli agricoltori degli orti urbani, agli abitanti del quarto piano occupato e poi servizi sulle azioni di ON, come i workshop, i laboratori condominiali, i laboratori sonori. Corviale Network è stata capace di raccontare in tutto il territorio romano una inedita immagine di Corviale. I media possono trasformare la realtà più profondamente dell’architettura.

Imparare da Corviale. Corviale UniverCity era la modalità di formazione messa in campo per studiare e indagare la realtà fisica dell’edificio, per raccontarla e per fornire proposte, visioni e progetti aperti alla condivisione con gli abitanti. Ha funzionato attraverso diversi workshop dove l’insegnante principale era Corviale stesso. L’Università nella città è stata uno strumento d’indagine ravvicinata e molteplice che, attraverso l’esplorazione continua e un continuo scambio di informazioni, ha permesso al sapere di ramificarsi e di divenire patrimonio comune per docenti, studenti e per gli abitanti. Qui sono confluite le conoscenze di tutti quanti hanno indagato la quotidianità dell’edificio, ognuno con le proprie forme e con il proprio approccio. Tra i workshop, quello sulle microtrasformazioni era stato affidato a giovani studi di architettura e a ognuno di loro era stato affidato un tema: al gruppo M28 i ballatoi, le appropriazioni abusive e gli spazi di relazione; al gruppo ma0 il piano terra, il rapporto con la strada e le chiostrine interne; a Nicole_fvr/2A+P la striscia di orti urbani della valle parallela all’edificio, e infine a Stalker e al gruppo Ellelab il piano occupato.

Piano Libero. Il workshop di Stalker e Ellelab si chiamava Stile Libero e affrontava il famigerato quarto piano che attraversa tutto l’edificio laddove il progetto prevedeva lecorbuserianamente i negozi, gli spazi comuni e gli studi professionali. Se nell’immaginario cittadino Corviale era il Bronx di Roma, il quarto piano era il Bronx del Bronx. L’ATER, proprietaria dell’immobile non ci aveva mai messo piede e non aveva la minima idea di chi ci abitava, per loro erano baraccati che scroccavano luce, riscaldamento e acqua agli assegnatari. Da fuori il Piano Libero si presenta con blocchetti di cemento non intonacati, lamiere metalliche, finestre di alluminio: una favela lineare che taglia orizzontalmente il blocco di cemento. Ma quando gli studenti hanno suonato alla porta e sono stati invitati ad entrare, si sono ritrovati prima in grandi spazi comuni con televisioni, sofà e tavoli da pingpong gestiti da vicinati solidali, e poi una volta dentro le case, ai loro occhi sono apparsi soggiorni accoglienti, cucine e bagni su cui si erano investiti ingenti somme, stanze da letto curate in ogni dettaglio. Molti degli occupanti erano figli degli assegnatari che, messa su famiglia, avevano deciso di trasferirsi in quei negozi che non avevamo mai aperto, altri avevano comprato la casa a occupanti precedenti, altri ancora affittavano ai mafiosi di turno. Tutti, o quasi tutti, avevano dato vita ad un abitare dignitoso che fuori non appariva assolutamente. E il loro desiderio era di mettersi in regola, di avere finalmente una casa. Il workshop ha avviato un percorso di progettazione partecipata con il Laboratorio Territoriale, che ha prodotto il Comitato degli Abitanti Quarto Piano e l’inserimento del Piano Libero nel Contratto di Quartiere Corviale.

Contratto di Quartiere. Nel 2006 ho continuato a lavorare sul Piano Libero di Corviale come ricercatore universitario. Corviale rientrava infatti tra i Contratti di Quartiere su cui l’Ater aveva coinvolto il Dipartimento di Studi Urbani di Roma Tre, e a me era stato chiesto di coordinare un gruppo di progettazione in continuità con le ricerche svolte da Stalker e da Ellelab. Il progetto preliminare redatto da Ater, Comune di Roma e Municipio Roma XV aveva infatti tra le finalità quella di recuperare i vani del Piano Libero per la “realizzazione di alloggi di varia tipologia, destinati a categorie speciali, ovvero assegnati a coloro che ne hanno il titolo tra gli attuali occupanti”. [6] Dovevamo descriverne il Programma di Sperimentazione, e abbiamo lavorato sull’estendere il più possibile il significato di questa parola. Corviale infatti è stata e continua ad essere una delle più importanti sperimentazioni sull’abitare e redigere un progetto sperimentale per il Piano Libero significava per noi restituire dignità agli abitanti sperimentatori, trasformare l’edificio imparando da chi già lo aveva sperimentato. Corviale era stato progettato per degli “utenti” che ormai erano diventati “persone”, con un nome, un cognome, una storia e uno stile di vita. La sperimentazione non poteva avvenire che a partire dai padroni di casa, da chi vi aveva cresciuto una famiglia, dai luoghi affettivi, dalle loro relazioni, dai loro modi di abitare, di ripararsi dal freddo, dal sole, dal vento. Il Piano Libero era il luogo da cui cominciare per dare una nuova prospettiva all’intero quartiere, l’immaginario negativo da trasformare in una realtà positiva, in cui dare risposte alle necessità degli abitanti ritagliando il progetto come un vestito da cucire sui nuclei familiari. Bisognava avviare una progettazione sostenibile con un approccio ecosistemico fondato su risparmio energetico e sulla partecipazione, nel rispetto dell’architettura del progetto originario. Con gli abitanti abbiamo criticato il progetto preliminare redatto dall’Ater, abbiamo modificato i tagli e il numero degli alloggi per far spazio alle famiglie mononucleari e alle giovani coppie, abbiamo proposto di mantenere gli spazi comuni interfamiliari e i legami di vicinato preesistenti. L’Ater aveva inizialmente proposto di spostare gli abitanti durante i lavori in un villaggio di container ai piedi di Corviale, e gli abitanti si erano rifiutati categoricamente di andarci. Con il Comitato si è così proposto un progetto di turnazione, dividendo il cantiere in fasi e trovando gli spazi all’interno dell’edificio. Sulla base del nostro progetto di Sperimentazione l’Ater ha redatto il Progetto Definitivo per il Piano Libero e la documentazione del bando di gara per il progetto esecutivo vinto nel dall’architetto Guendalina Salimei.

Gulliver, il Gigante Buono. Nel 2015 l’Ater bandisce il Concorso Rigenerare Corviale. Con Stalker, ma0, LAC, ati-suffix e ARCò, presentiamo il progetto 1Km.0 / Corviale Social Brand. L’obiettivo è ancora ribaltare il marchio negativo in brand socioculturale attraverso la metafora di Gulliver: i Lilipuziani-abitanti dopo aver legato il mostro, terrorizzati dalla sua mole, imparano a scoprirne le qualità, comprendono che non solo non è cattivo ma anzi che, se liberato, può dar loro una mano proprio a partire dalla sua visibilità. Il suo stesso brand può attirare interesse, competenze e risorse per rigenerarsi. Il bando chiedeva idee sulla verticalizzazione, la divisione dei cinque lotti in ventisette condomini autonomi, sul piano terra e la relazione con la strada. Abbiamo immaginato otto start-up per attivare tutte le risorse disponibili a Chilometro Zero: cooperative di operai edili, coltivatori, albergatori, car sharing, residenze di artisti e studenti e centri di ricerca e formazione. Il gruppo interdisciplinare si sarebbe trasferito a Corviale per tutta la durata dei lavori per coordinare gli interventi, e per dare avvio ad una serie di azioni artistiche e conviviali che avrebbero innescato le trasformazioni edilizie e sociali: La Prima Cena lunga un chilometro, da cui sarebbe emersa una geografia dei potenziali condomini più fertili dove iniziare il cantiere; Misurarsi con Corviale, una lotteria sull’effettiva misura del serpentone che avrebbe permesso di misurare le relazioni, le esperienze, le competenze, i desideri, le attitudini dei Lilipuziani più attivi. Il nostro progetto ha ricevuto una menzione e il progetto vincitore è stato quello di Laura Peretti[7].

Laboratorio di Città Corviale. Nel dicembre 2017, la Regione Lazio e il Dipartimento di Architettura di Roma Tre siglano un protocollo d'intesa per l’attivazione di un Laboratorio di Città a Corviale. Il Prof. Giovanni Caudo mi invita come co-responsabile scientifico del progetto insieme alle architette Sara Braschi, Sofia Sebastianelli. Proponiamo di aprire un presidio negli spazi messi a disposizione dall’Ater, dove attivare azioni di accompagnamento sociale e culturale per i due interventi di trasformazione urbana: il Chilometro Verde dell'architetta Guendalina Salimei e il Crossing Corviale dell'architetta Laura Peretti. Il mandato è di affiancare gli interventi urbanistici tradizionali con azioni di ricerca innovative; di attivare politiche sociali per accompagnare i soggetti coinvolti; tradurre gli interventi in politiche di sviluppo locale che coinvolgano le realtà territoriali; informare, raccordare e coordinare le diverse progettualità previste. Il tema più urgente è far partire il progetto del Piano Libero. Nel frattempo il Comune, tramite un Bando Speciale aveva provveduto a individuare le famiglie in possesso dei requisiti per l’assegnazione di una casa pubblica[8]. E la legge regionale sulla Rigenerazione Urbana prevedeva di spostare gli occupanti in appartamenti di proprietà dell’Ater, senza assegnare l’alloggio, ma concedendolo in custodia temporanea per la durata dei lavori.[9] Gli occupanti da trasferire sono stati classificati in due categorie: gli “aventi titolo”, che sono i vincitori del Bando Speciale e hanno diritto ad un nuovo alloggio realizzato al quarto piano, ma anche quelli che hanno avuto parere positivo alla domanda di sanatoria; i “non aventi titolo”, ossia quelli che non hanno vinto il Bando Speciale o non vi hanno partecipato, e quelli che hanno avuto parere negativo dalla sanatoria. In ultimo ci sono anche famiglie che sono in attesa di valutazione per la sanatoria.

Come e dove cominciare. Le prime difficoltà sono con le istituzioni. Nelle prime riunioni con Ater, Regione Lazio, Comune di Roma, Municipio XI, Vigili Urbani e Prefettura, sembra che il progetto non si possa fare se non attraverso un ingente dispiegamento di forze dell’ordine. Li convinciamo che la regolarizzazione di tutti gli abitanti è già un ottimo argomento per chiedere di spostarsi da un vecchio alloggio abusivo ad uno nuovo legale. Dopo tre anni, possiamo dire che fino ad oggi non sono mai dovute intervenire le forze dell’ordine. Il secondo passo è quello di convincere l’Ater a modificare il progetto di turnazione e cominciare dal Primo Lotto, dove è presente anche il Centro di Preghiera, invece che dal Terzo Lotto, dove nel frattempo sono entrati nuclei senza requisiti. Era importante cominciare in discesa, in una parte dell’edificio dove le resistenze erano minori e dove Don Gabriele conosceva le famiglie, le fragilità e anche i loro desideri. Il terzo atto è stato aprire il Laboratorio di Città per dare un segnale di cambiamento e avviare l’accompagnamento sociale. Il 20 Agosto 2018 apriamo una saracinesca nella piazzetta dove sono già presenti realtà associative di arte e artigianato, si fa una grigliata serale per cominciare a conoscerci tra vicini di casa. Emerge la volontà di regolare non solo le case ma anche gli spazi commerciali attualmente occupati. Appare chiaro che non ci si può limitare al Piano Libero, bisogna approfittare del momento per affrontare tutti i problemi insieme e non separatamente seguendo le logiche dei finanziamenti. Si apre il Tavolo di Lavoro Locale a cui partecipano numerosissime associazioni e comitati di quartiere. Ci sono dissidi tra forze politiche che vorrebbero l’esclusione di alcuni, ma questo si trasforma per noi in un’occasione di ribadire una volta per tutte che l’Università è un soggetto terzo che ha il dovere di invitare e interloquire con tutti aldilà degli schieramenti.[10] Purtroppo alcune associazioni oggi non partecipano al progetto.

Accompagnamento Sociale. Aperto il Laboratorio, prima di incontrare le famiglie da spostare, definiamo con Ater le informazioni sicure da trasmettere, ossia una sorta di contratto tra le parti.[11] In seguito consegniamo a mano una lettera a firma del Direttore Generale dell’Ater: questo è il primo vero incontro con gli occupanti e il sentimento comune che emerge è quello di non voler andare via, perché anche lo spostamento all'interno di Corviale è percepito come un problema. Si decide che si potranno visitare i futuri alloggi alcuni giorni prima per evitarne l’occupazione. Il Laboratorio è l'anello di comunicazione tra l'Ater e le famiglie in un luogo dove possono ricevere informazioni certe e presentare le proprie richieste. Gli inquilini vengono a vedere le planimetrie degli alloggi e trovano insieme al Laboratorio soluzioni per collocare i propri mobili nelle nuove case. In seguito si organizzano insieme ad Ater i sopralluoghi e inizia la fase dei traslochi con impacchettamento, smontaggio mobili, rimontaggio e trasferimento. Un documentario realizzato insieme alla regista Silvia Bellotti racconta le attività di questa fase.[12] Una volta rodato il meccanismo di trasferimento suggeriamo all’Ater di estendere il processo di rigenerazione anche alle altre zone “informali” del quartiere che attendono da anni di mettersi in regola e di utilizzare alcuni strumenti come il regolamento per l’uso degli alloggi e dei servizi e quello per interventi in autorecupero che l’Ater offre ai suoi assegnatari. Le prime due proposte sono la piazzetta degli artigiani e le torrette. La piazzetta era uno spazio commerciale abbandonato e riattivato da attività legate alla creatività - artigianato artistico, restauro di mobili, sartoria creativa, stampa d’arte, disegno, pittura e incisione, un progetto di reinserimento lavorativo che coinvolge giovani e detenuti – che svolgono un importante ruolo di presidio: è grazie a loro che lo spazio pubblico è curato, manutenuto e animato da diverse attività culturali. È lì che il Laboratorio ha aperto la sua saracinesca. Le “torrette” sono invece quattro piccoli volumi alle spalle dell’edificio in corrispondenza delle scale monumentali. Dovevano ospitare le residenze per artisti e sono state trasformate in abitazioni informali. Gli abitanti chiedono giustamente di essere inclusi nel progetto del Piano Libero.[13]

Accompagnamento artistico. Da subito ci era sembrato fondamentale attivare un processo artistico capace di conservare le memorie del quarto piano occupato, non solo come testimonianza ma anche come risarcimento psicologico ed elaborazione dell’allontanamento dal proprio ambiente domestico e dell’inevitabile cambiamento della condizione di vita. Il rapporto di fiducia instaurato ci ha consentito di entrare nelle case e nelle storie delle persone, di fotografare e rilevare gli appartamenti. L’intenzione è di generare processi di co-ideazione di visioni sul futuro, a partire dalla memoria individuale e collettiva, esplicitata al di là della nostalgia. Si tratta quindi anche di un riconoscimento pubblico alla capacità di produrre soluzioni autonome al proprio bisogno abitativo, attraverso una narrazione alternativa ai discorsi criminalizzanti o vittimizzanti sugli occupanti, attualmente prevalenti nella sfera pubblica. Una prima mostra del materiale raccolto è stata allestita in una sala condominiale, che essendo stata appena liberata ma ancora non restituita alla sua forma originaria, permette di fare esperienza al contempo degli alloggi autocostruiti e dello spazio comune previsto dal progetto originario. Le foto esposte alla mostra sono di case molto curate, in cui si sono spesi dei soldi per fare i bagni, le cucine, le partizioni interne[14]. Case in cui si sono incrostati i ricordi, i disegni sui muri dei bambini che ormai sono cresciuti e andati via di casa. Case che il tempo ha permesso di personalizzare. A volte piange il cuore vederle demolire per far posto ad alloggi nuovi e impersonali. Forse un altro tipo di processo sarebbe possibile attraverso un progetto più complesso in grado di affrontare la realtà caso per caso e di lasciare alle famiglie che lo desiderano di lavorare in autorecupero, qualora gli alloggi siano conformi alle normative. Questo farebbe risparmiare di molto il costo generale ed eviterebbe alle famiglie il trauma del trasloco. In questa direzione il Laboratorio ha recentemente supportato la prima famiglia che è ricorsa alla procedura dell’intervento in autorecupero aprendo una strada che per il quartiere e la sua generale rigenerazione può essere virtuosa. [15]



[1] Il Laboratorio di Città Corviale è un progetto del Dipartimento di Architettura dell’Università Roma Tre (Prof. Giovanni Caudo e Francesco Careri, Arch. Phd Sara Braschi, Sofia Sebastianelli, Maria Rocco) finanziato dalla Regione Lazio - Dipartimento delle Politiche Sociali (Dott. Antonio Mazzarotto e Dott. Tonino Sammarone) con la consulenza di Avanzi-Sostenibilità per Azioni (Arch. Claudio Calvaresi e Sara Lexuan). Cfr: https://laboratoriocorviale.it/.

[2] Il patrimonio di case popolari ammonta circa 73.000 unità, divise fra quello del Comune (23.000 unità) e quello dell’Ater (48.000 unità). I nuclei che ricorrono ai bandi per l’edilizia pubblica superano i 13.000; ci sono poi 1.200 famiglie nei residence gestiti dal Comune e 15.000 persone che ricorrono al contributo all’affitto (nel 2020 a causa del Covid sono state 50.000). C’è un rapporto di uno a uno fra chi fa domanda e chi, seppure in possesso dei requisiti, non partecipa ai bandi, portando a un totale di circa 25.000 famiglie che avrebbero diritto a una casa a canone sociale. A questo si aggiungono 9.000 sfratti ogni anno, di cui la metà diventa esecutiva; se infatti circa la metà si risolve con una rinegoziazione del canone, molte famiglie finiscono in sovraffollamento, e gli altri finiscono in emergenza abitativa. L’insieme dei dati porta ad un saldo annuale di circa 2.500 famiglie che perdono la casa con sgombero forzoso, mentre l’assegnazione media annua di alloggi popolari ammonta a 500 unità: l’emergenza abitativa cresce ogni anno di circa 2.000 nuclei familiari su numeri già decisamente elevati. (fonte: osservaoriocasaroma.com)

[3] Francesco Careri e Didier Laroque, Problèmes de la grande dimension: Corviale, la plus longue erreur du monde, "l'Architecture d'Aujourd’hui" n° 273/1991, pp. 105-110.

[4] Immaginare Corviale è un progetto di Stalker/Osservatorio Nomade, curato dalla Fondazione Adriano Olivetti per il Comune di Roma - Assessorato alle Politiche per le Periferie, per lo Sviluppo Locale, per il Lavoro; Dipartimento XIX - Politiche per lo Sviluppo e il Recupero delle Periferie; in collaborazione con il Laboratorio Territoriale Corviale Roma Ovest.

[5] Il progetto è stato pubblicato in: Bartolomeo Pietromarchi e Flaminia Gennari (a cura di), Osservatorio Nomade. Immaginare Corviale. Pratiche estetiche per la città contemporanea, Bruno Mondadori, Milano 2006, e in numerose riviste tra le quali “Lotus International” n°124, “a+u” n°420 e “Domus” n°886. I materiali sono stati esposti in mostre internazionali tra le quali la Prima Biennale di Architettura di Pechino nel 2004, la mostra The Naked City ad Orleans per Archilab 2004, la mostra DynamiCity al NAI di Rotterdam nel 2005, la mostra Spam Arq al MAC di Santiago del Cile nel 2006 e alla mostra Non basta ricordare al MAXXI di Roma nel 2013.

[6] Il Contratto di Quartiere II aveva tra gli obiettivi la ristrutturazione edilizia con cambio di destinazione d'uso dei locali del 3°, 4° e 5° piano di Corviale (legge 8 febbraio 2001, n. 21 art. 4 co. 1 e delibera Giunta Regionale n. 922/2003). Il Programma di Sperimentazione (bando di gara art. 4.2) era diretto alle utenze sociali deboli: gli occupanti, gli anziani, i portatori di handicap. Il gruppo di lavoro del Dipartimento di Studi Urbani era formato da Pietro Ranucci (responsabile scientifico), Francesco Careri (coordinatore) e le architette Sara Braschi, Maria Teresa Bruca e Cristina Ventura.

[7] La Regione Lazio nel 2015 ha stanziato 9,5 milioni di euro per la realizzazione del progetto vincitore.

[8] Il progetto prevede la realizzazione di 103 alloggi laddove oggi vivono 135 famiglie. Il Dipartimento Politiche Abitative del Comune di Roma, a seguito del Bando Speciale del 2016 riservato ai residenti del Piano Libero, ha approvato l'elenco dei nuclei ammessi all'assegnazione (su 135 famiglie, 73 domande pervenute di cui 47 ammesse e 26 non accolte). È inoltre ancora in vigore la sanatoria approvata dalla Regione Lazio con la legge 27/2006.

[9] La Legge Regionale sulla Rigenerazione Urbana (9/2017, nell’art. 17 co. 66 lettera b, tradotta nella

DD. Ater n. 250 /2018) prevede, per l'avvio del cantiere, lo spostamento in alloggi temporanei.

[10] Tra questi: Calcio Sociale, Associazione Axe People, Stamperia del Tevere-Laborintus, Banca del Tempo Corviale, Piacca, Centro di Preghiera Corviale, Comitato CAPIC, Associazione Comunità X, Sportello Popolare, Corviale Domani, Consiglio Nazionale Feder Casa / Centro Anziani, Mitreo Iside, Parrocchia San Paolo della Croce, Acquarius85, Centro di Formazione Professionale, Amici di Corviale, Biblioteca di Roma Renato Nicolini, Comitato Inquilini Corviale, Centro Orientamento Lavoro, ASD Arvalia Villa Pamphili  Rugby Roma, Giardini in festa.

[11] Di seguito le domande e le risposte ufficiali: 1) a che titolo sono assegnati gli alloggi temporanei recuperati dall'Ater? Risposta: i vincitori di bando firmano un regolare contratto di assegnazione dell'alloggio e a lavori ultimati rientreranno nel nuovo alloggio realizzato al quarto piano; tutti gli altri firmano un verbale di consegna dell'alloggio temporaneo per l'intera durata del cantiere e tramite una comunicazione ai municipi potranno prendere la residenza e avere gli allacci delle utenze. 2) quale sarà il canone di locazione? il canone è stato calcolato in base al reddito irpef a seguito delle verifiche reddituali effettuate dagli uffici Ater. 3) a quanto ammonterà l'indennizzo di occupazione pregressa? si potrà rateizzare? l'indennizzo di occupazione è stato calcolato a partire dal 2005 anno per anno in base al reddito del nucleo, l'indennità è stata rateizzata in 120 rate mensili e il 5% del totale dovrà essere versato subito. 4) si potranno vedere gli alloggi temporanei prima dell'inizio dei lavori? Ater ha deciso di far vedere gli alloggi solo qualche giorno prima del trasloco, per evitare che questi venissero occupati. 5) quale sarà la data di inizio lavori? (La data effettiva è cambiata più volte e questa incertezza ha generato confusione e creato sfiducia sull'intera operazione) I lavori sono finalmente cominciati il 17 gennaio. 6) quale sarà la tempistica degli spostamenti? La tempistica è stata comunicata alle famiglie all'inizio di dicembre. I sopralluoghi partiti il 17 dicembre e i traslochi sono cominciati il 3 gennaio. Chi pagherà gli allacci delle utenze negli alloggi temporanei? Gli allacci sono a carico degli inquilini. Ater ha inviato tramite pec ad Acea l'elenco delle famiglie e i nuovi indirizzi per facilitare le operazioni.

[12] Il documentario Laboratorio di Città / FASE ZERO è visibile su https://youtu.be/DtchOo519lI.

[13] Le torrette sono state oggetto di una Tesi di Laurea del Dipartimento di Architettura delle studentesse Fabiana Rasile ed Elena Monaco che prevede la loro trasformazione in residenze universitarie.

[14] Il progetto è in collaborazione con l’ICCD (Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione) insieme al quale si vuole avviare il progetto “Archivio Corviale”, una campagna fotografica ad opera di giovani fotografi, e la raccolta e la digitalizzazione di fotografie di famiglia.

[15] La Mostra delle Memorie si è svolta all’interno della nona edizione del Corviale Urban Lab nel quadro di romarama 2020/2023. Il Laboratorio ha realizzato tre progetti: il reading Le Parole di Rodari con Anna Foglietta e Edoardo Camurri; il Laboratorio didattico Playground nella piazzetta delle Arti a cura di Comunità X e Stamperie del Tevere. Alla Mostra delle Memorie hanno partecipato i fotografi Aldo Feroce, Alessandro Imbriaco, Mykolas Juodele, Giovanni Stalloni.

 

 

CORVIALE

 

Anno di progetto: 1972

Anno di costruzione: 1975 - 1984

Progettista:  Mario Fiorentino (coordinatore), Federico Gorio, Piero Maria Lugli, Giulio Sterbini, Michele Valori, Riccardo Morandi (strutture).

 

Intervento: Laboratorio di Città Corviale

Anno di progetto: dal 2017, in corso

Anno di realizzazione: dal 2018, in corso

Contesto: Roma

Gruppo di progetto: Il Laboratorio di Città Corviale è un progetto del Dipartimento di Architettura dell’Università Roma Tre (Responsabili Prof. Arch. Giovanni Caudo e Prof. Arch. Francesco Careri, Arch. Phd Sara Braschi, Sofia Sebastianelli, Maria Rocco) finanziato dalla Regione Lazio - Dipartimento delle Politiche Sociali (Dott. Antonio Mazzarotto e Dott. Tonino Sammarone) con la consulenza di Avanzi-Sostenibilità per Azioni (Arch. Claudio Calvaresi e Sara Lexuan).

 

Titolo

Modello Corviale. Azioni e programmi tra arti, architettura e urbanistica.

Di Francesco Careri

1 commento:

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