30/03/22

Walkabout Pasolini


Articolo pubblicato in:
 
Walkabout Pasolini, in: María Bastianes y Andrés Catalán (ed. y trad.), Pier Paolo Pasolini, Maravillosa y mísera ciudad, Ultramarinos, Barcelona, 2022.

Il 24 maggio del 1958 su “Vie Nuove”, rivista del Partito Comunista italiano, viene pubblicato a firma di Pier Paolo Pasolini, il Viaggio dentro Roma e dintorni, con tre articoli sulle recenti trasformazioni urbanistiche e sociali di Roma: il fronte della città, i tuguri, i campi di concentramento.[1] Due anni prima, nel marzo del 1956 c’era stata una grande nevicata fuori stagione, che aveva completamente isolato dal centro della città i nuovi insediamenti informali nati nelle periferie. Migliaia di persone all’improvviso erano rimaste al freddo, senza cibo né acqua. Per portare i primi aiuti si era attivato un gruppo di intellettuali comunisti tra i quali Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante e Alberto Moravia[2]. Da queste prime esplorazioni era nata una famosa inchiesta sulla situazione delle Borgate Romane, condotta dall’antropologo Franco Cagnetta, con la documentazione fotografica di Franco Pinna, gli studi sulle condizioni alimentari e sanitarie di Giovanni Berlinguer, i primi studi di etnomusicologia di Giorgio Nataletti e Diego Carpitella. È da quella inchiesta che cominciò quel dibattito politico sulla necessità di costruire nuovi quartieri popolari, che avrebbe portato venti anni dopo alla costruzione del primo grande Piano di Edilizia Economica e Popolare (P.E.E.P.), ossia la nuova trasformazione urbana che Pasolini non ha avuto il tempo di vedere.

Il Viaggio per Roma e dintorni pubblicato su “Vie Nuove” nasce in quel contesto e ha l’obiettivo di spronare la politica e la cultura a fare qualcosa. L’articolo il fronte della città – che comincia con una serie di domande: “Cos’è Roma? Qual è Roma? Dove finisce e dove comincia Roma?” - segue con la descrizione dell’ “eruzione edilizia” ai margini della città, dove i nuovi palazzoni della speculazione immobiliare avanzano velocemente divorandosi la campagna, dove i migranti meridionali costruiscono accanto agli zingari i loro tuguri, dove per i poveri vengono realizzati i nuovi campi di concentramento. Pasolini descrive lo sguardo di un ipotetico turista in arrivo per visitare gli antichi monumenti della Città Eterna, che dal finestrino del treno o del pullman assiste come testimone distratto alla rivelazione di quella “Roma ignota al turista, ignorata dal benpensante, inesistente sulle piante”:

“Allora davanti al suo occhio che non vede, voleranno di qua e di là frammenti di villaggi di tuguri, distese di casette da città beduina, frane sgangherate di palazzoni e cinema sfarzosi, ex casali incastrati tra i grattacieli, dighe di pareti altissime e vicoletti fangosi, vuoti improvvisi in cui ricompaiono sterri e prati con qualche gregge sparso intorno, e in fondo – nella campagna bruciata o fangosa, tutta collinette, montarozzi, affossamenti, vecchie cave, altipiani, fogne, ruderi, scarichi, marane e immondezzai – il fronte della città.” [3]

 

In quegli anni esisteva una relazione stretta tra il fronte del cemento e la natura - o meglio quello che restava della campagna romana - incredibilmente intatta ai piedi dei palazzoni. Quella natura diventava infatti subito spazio vissuto: campi di pallone, sentieri che collegavano ad altre borgate, grotte in cui andare a giocare alla guerra, casali diroccati in cui nascondersi a far l’amore, marane per lavarsi e per stendere i panni. Nei film di Pasolini si vedono continuamente comitive di ragazzi che entrano ed escono da quel fronte in un andirivieni quotidiano tra dentro e fuori, tra città e campagna. Vivono il margine aperto come uno spazio naturalmente in continuità con le nuove case che lo hanno appena violentato. Ma negli anni seguenti quegli spazi sono stati via via dimenticati, il benessere borghese li ha trasformati in luoghi sinonimi di povertà e prostituzione, i sentieri si sono riempiti di rovi, molte aree sono diventate inaccessibili. A partire dagli anni ottanta, a quegli spazi in abbandono si sono aggiunte le fabbriche dismesse e i campi agricoli rimasti senza agricoltori e, man mano che si costruivano i nuovi quartieri di case popolari, anche le baraccopoli hanno cominciato via via a scomparire. Gli unici abitanti di quelle campagne urbane erano rimasti gli zingari italiani, i Rom provenienti dai Balcani e i primi migranti in arrivo dal sud del mondo. Il resto del territorio era sostanzialmente disabitato, dimenticato, fuori dallo sguardo e dai pensieri della politica e dei cittadini.

A metà degli anni Novanta ho partecipato alla nascita di Stalker, un collettivo di architetti, artisti, attivisti e perditempo, con cui abbiamo cominciato a camminare tra quei margini alla scoperta dei Territori Attuali[4]. Quegli spazi abbandonati erano per noi un territorio fertile, una sorta di amnesia urbana dove sognare un nuovo rapporto tra arte, natura e città. Ci attiravano proprio in quanto zone di ibridazione tra urbano e selvatico, erano interstizi rimasti vuoti tra i quartieri, terrain vagues in attesa di essere compresi, spazi di libertà dove sperimentare nuove forme di creatività. Nell’ottobre del 1995 abbiamo realizzato a piedi la nostra prima transurbanza, un viaggio iniziatico di avventura e scoperta, e al ritorno abbiamo dipinto una mappa - Planisfero Roma - e scritto un Manifesto. Volevamo raccontare la città in forma di arcipelago, con continenti urbani staccati tra di loro e attraversati da mari, golfi e insenature di vuoti. Invitare la cittadinanza a perdersi per andare a conoscerli senza pregiudizi culturali. Abbiamo camminato per quattro giorni e tre notti senza mai rientrare a casa, dormendo in tenda, avanzando con i piedi nel fango, seguendo i sentieri tra i rovi, cercando di rimanere sempre in uno spazio selvatico e non urbanizzato, prolungando i vuoti e connettendoli tra loro con nuovi sentieri. Cercavamo di camminare senza calpestare l’asfalto ma sempre la terra, sempre fuori, con il fronte della città sempre presente sullo sfondo. Pasolini era nei nostri passi, sapevamo di essere nella sua città e mescolavamo il suo sguardo con quelli dei Situazionisti, di Robert Smithson e soprattutto di Tarkovskij, perché la Zona era anche uno spazio mistico e la natura era quella mutante del film Stalker da cui avevamo preso il nome. Avevamo deciso di immergerci sicuri che lì avremmo trovato qualcosa di importante, che non tutto era stato già detto e mappato, che anche noi eravamo degni di raccontare la nostra città attuale, certi che la Selva ci avrebbe salvato, perché come diceva Hölderlin, “là dove c’è il pericolo, cresce ciò che ci salva”. Eravamo quasi tutti architetti, ma non ci interessava fare progetti e costruire edifici. Ci sembrava molto più interessante l’insorgere di nuovi spazi selvatici nel disinteresse della città, spazi abbandonati e ancora “inesistenti sulle piante”. Nel nostro Manifesto l’ultimo punto è proprio L’abbandono:

“Il tentativo di definizione e di controllo di tutto il territorio, da sempre miraggio della nostra cultura occidentale, proprio mentre sembrava realizzarsi, inizia a fare acqua. Le prime crepe si sono aperte nei cuori del nostro sistema, le grandi città. Quel bosco che una volta cingeva città e villaggi, dove si nascondevano lupi ed orsi, ma anche gli incubi, le fantasie e l'idea stessa di libertà, è stato sospinto lontano dalle città, messo nell'angolo, circoscritto e addirittura, con un atto di clemenza, protetto. Ed ecco che quel bosco risorge, proprio lì nelle città dove i sistemi di appropriazione e di controllo del territorio sono più vecchi, fatiscenti. Nell'impossibilità del controllo totale, il cemento con il quale era stata ricoperta la terra si spacca, la terra ne fuoriesce in forme nuove e imprevedibili si prepara a contendere all'uomo il dominio dello spazio, partendo dai sui stessi scarti. Prevedere l'imprevedibile, salvaguardare il divenire dei Territori Attuali abbandonandoli. L'abbandono è la massima forma di cura per ciò che è nato e si è sviluppato al di là della volontà e del progetto dell'uomo.”[5]

 

Un mese dopo il Giro di Roma eravamo di nuovo in strada, questa volta per un esplicito omaggio a Pier Paolo Pasolini in occasione del festival La Passione. Pasolini al Mandrione[6], che celebrava il ventennale della morte. Abbiamo passato giorni con una scopa in mano e con dei grandi secchi di vernice blu a dipingere, per trecento metri, tutto l’asfalto di via del Mandrione, una stradina stretta e contorta che fiancheggia l’antico Acquedotto Felice nel suo ingresso a Roma. Via del Mandrione nel 1995 non era più quella delle foto che aveva scattato nel 1959 Henri Cartier-Bresson, né quello del testo della canzone Cristo al Mandrione scritta da Pasolini per Laura Betti e Gabriella Ferri[7], ma ancora oggi è un luogo decisamente pasoliniano. È una stradina che gioca a rincorrersi con l’acquedotto e la ferrovia, e che malgrado la sua trasformazione in quartiere di casette con giardino, conserva un atmosfera che non è mai riuscita a cancellare completamente il suo passato. L’acquedotto era un’infrastruttura in grado di offrire riparo ed acqua e dagli anni Quaranta agli anni Ottanta aveva preso la forma di una lunga spina dorsale a cui si appoggiava una città di baracche. Nel 1943 vi si erano rifugiate le famiglie sfollate dal quartiere di San Lorenzo bombardato dagli americani, più tardi invece era diventato un luogo di prostituzione e di comunità Rom, i famosi zingari del Mandrione[8]. Nel suo Viaggio dentro Roma e dintorni pubblicato su “Vie Nuove” Pasolini descrive dettagliatamente i Tuguri del Mandrione e conclude:

«Ricordo che un giorno passando per il Mandrione in macchina con due miei amici bolognesi, angosciati a quella vista, c’erano, davanti ai loro tuguri, a ruzzare sul fango lurido, dei ragazzini, dai due ai quattro o cinque anni. Erano vestiti con degli stracci: uno addirittura con una pelliccetta trovata chissà dove come un piccolo selvaggio. Correvano qua e là, senza le regole di un giuoco qualsiasi: si muovevano, si agitavano come se fossero ciechi, in quei pochi metri quadrati dov’erano nati e dove erano sempre rimasti, senza conoscere altro del mondo se non la casettina dove dormivano e i due palmi di melma dove giocavano. […] La pura vitalità che è alla base di queste anime, vuol dire mescolanza di male allo stato puro e di bene allo stato puro: violenza e bontà, malvagità e innocenza, malgrado tutto. Qualcosa si può, dunque, e si deve fare.»[9]

Una volta dipinto l’asfalto, la percezione di quello spazio era completamente cambiata. Di giorno gli automobilisti si trovavano a guidare su un nastro blu senza capire bene se era una nuova segnaletica e come dovevano comportarsi. La sera invece la strada era chiusa al traffico per il festival e sull’asfalto blu seminavamo centinaia di foglietti blu. In un lato c’era il titolo dell’azione “Walkabout Pasolini. Una strada blu d’asfalto (omaggio a Pier Paolo Pasolini)”, nell’altro lato la poesia di Pasolini Correvo nel crepuscolo fangoso[10] in cui avevamo sottolineato la frase “una strada blu d’asfalto”:

(…)

Intorno ai grattacieli

popolari, già vecchi, i marci orti

e le fabbriche irte di gru ferme

stagnavano in un febbrile silenzio;

ma un po’ fuori dal centro rischiarato,

al fianco di quel silenzio, una strada

blu d’asfalto, pareva immersa

in una vita immemore ed intensa

quanto antica.

(…)

 

Nella poesia il blu era quello del cielo che si rifletteva sulla strada bagnata dalla pioggia appena cessata, nel nostro caso invece la strada era veramente blu e costeggiava le arcate dell’acquedotto dove ancora si trovavano i resti delle maioliche e degli intonaci delle baracche in cui viveva quella “vita immemore ed intensa quanto antica”. Il titolo Walkabout era un riferimento diretto all’erranza rituale degli aborigeni australiani riletta da Chatwin ne Le vie dei canti[11]. Per noi era importante sottolineare proprio l’atto del camminare come atto estetico e rituale. Volevamo far camminare il pubblico su quella strada surreale e volevamo che ogni singola persona leggesse da solo la poesia mentre camminava lungo le arcate. Volevamo restituire il Pasolini camminatore, ricordarlo come poeta itinerante che va in giro ad esplorare gli interstizi urbani per riflettere sui lati più crudi e al tempo stesso più umani della città.[12]

Nel 2006, quando sono diventato docente universitario, ho tenuto per la prima volta un corso peripatetico per esplorare la città come avevo imparato con Stalker. Il corso, che esiste ancora e si chiama Arti Civiche, si svolge un giorno a settimana interamente camminando[13]. Il primo anno abbiamo deciso di andare a piedi dall’ex Mattatoio, dove ha sede la Facoltà di Architettura, fino all’idroscalo di Ostia dove era stato ucciso Pier Paolo Pasolini. I miei ragazzi di vita erano una quindicina di studenti e studentesse pronte a tutto. Si camminava tra i campi accanto alla città costruita, come in tante scene di Mamma Roma e di Accattone. Finalmente eravamo fuori dalle aule universitarie e con tutto il giorno a disposizione per perderci, scavalcare cancelli, giocare con lo spazio, parlare con le persone. Non ci siamo fatti mancare anche atti di puro vandalismo, come abbattere i mattoni che chiudevano porte e finestre di casali abbandonati, gettare nel vuoto di un rudere un carrello della spesa pieno di cose raccolte in giro, spingere una macchina abbandonata e lanciarla contro un muro fino a fargli esplodere i finestrini per lo scontro. Tra una avventura e l’altra ci fermavamo a leggere brani dalle Storie della Città di Dio, e dal libro Tutte le Poesie aprendo le pagine a caso. Molte poesie di Pasolini su Roma sono legate al camminare, sono racconti di quartieri, di strade, di adescamenti, in cui la città sembra una giungla eccitante di pericoli e solitudini. Anche se scritte dopo il suo ritorno a casa, sul sottofondo si sentono ancora i passi immersi nell’odore e nei suoni di quegli spazi. Arrivati sul luogo dell’assassinio abbiamo letto da Trasumanar e organizzar un poesia che sembrava scritta apposta per noi[14]:

“Bisogna essere molto forti
per amare la solitudine; bisogna avere buone gambe
e una resistenza fuori dal comune; non si deve rischiare
raffreddore, influenza e mal di gola; non si devono temere
rapinatori o assassini; se tocca camminare
per tutto il pomeriggio o magari per tutta la sera
bisogna saperlo fare senza accorgersene; da sedersi non c'è;
specie d'inverno; col vento che tira sull'erba bagnata,
e coi pietroni tra l'immondizia umidi e fangosi;
non c'è proprio nessun conforto, su ciò non c'è dubbio,
oltre a quello di avere davanti tutto un giorno e una notte
senza doveri o limiti di qualsiasi genere.

 

Il sesso è un pretesto. Per quanti siano gli incontri

- e anche di inverno. Per le strade abbandonate al vento,

Tra le distese d’immondizia contro i palazzi lontani,

Essi sono molti – non sono che momenti di solitudine;

 

(…)


Non c'é cena o pranzo o soddisfazione del mondo,
che valga una camminata senza fine per le strade povere
dove bisogna essere disgraziati e forti, fratelli dei cani.”

 

L’anno successivo, dall’idroscalo di Ostia abbiamo risalito le sponde del fiume per descriverle in un Atlante dell’abitare informale sul Tevere[15]. Abbiamo incontrato baracche in insediamenti di tutti i tipi, a volte isolate, altre volte a gruppi di quattro cinque, altre volte immense baraccopoli con centinaia di persone. Sembrava di essere tornati indietro negli anni, perché le ultime baracche erano sparite negli anni Ottanta. Roma era di nuovo piena di tuguri, ma al posto degli immigrati italiani provenienti dalle campagne del sud, c’erano i migranti stranieri che venivano da tutto il mondo, di solito adulti, e naturalmente i Rom con i loro bambini, gli unici che erano sempre rimasti lì. Abbiamo passato un semestre intero a incontrare queste persone per cercare di capire e per raccontare la nostra indignazione con poesia. Quell’immagine dei bambini che giocano nel fango di fronte alle baracche purtroppo è ancora attuale. Ma in questi posti non ci entrano più gli intellettuali impegnati come dopo la nevicata del ‘56. Ci entra solo la polizia, gli assistenti sociali, le associazioni di volontariato e, quando c’è un fatto di cronaca nera, anche i giornalisti prima che arrivino le ruspe a distruggere tutto, le case di chi ha commesso un reato e le case di chi ha la sola colpa di abitargli vicino. Con il risultato che i tuguri si ricostruiscono pochi metri più in là, accanto ai detriti delle vecchie baracche distrutte e accumulate dalle ruspe. Il problema si sposta sempre e non si risolve mai. Nell’indifferenza generalizzata, viene riportato a galla solo per fare campagna elettorale sulla pelle degli ultimi. Come al solito la guerra alla povertà viene fatta contro i poveri, sia dalle amministrazioni di destra che di sinistra. Mentre camminavamo lungo il Tevere il Sindaco Veltroni, di centrosinistra, ha avviato la costruzione di nuovi campi di concentramento monoetnici, per soli Rom, e li ha battezzati Villaggi della Solidarietà. Non sono nuovi quartieri ma campi per gli indesiderabili, veri e propri stati di eccezione lontani dalla vista della città e a volte sono senza acqua potabile. Le case sono container di latta, la densità è altissima, lo standard abitativo è di quattro metri quadri a persona quando la legge ne prevederebbe diciassette. Il sindaco successivo Alemanno, di estrema destra, ha trovato questo progetto molto all’avanguardia e ha deciso di ampliarlo e migliorarlo con guardiania privata e armata all’ingresso, e tutto intorno recinzioni con fili spinati e telecamere di sorveglianza: prigioni preventive per chi ha la sola colpa di essere povero e di essere Rom[16].

L’articolo I campi di concentramento su “Vie Nuove” [17], è una breve storia di urbanistica del disprezzo[18], in cui Pasolini descrive le borgate romane  dividendole tra borgate abusive e borgate ufficiali[19]. Le borgate abusive sono quelle nate nel dopoguerra lungo le vie consolari dove gli immigrati italiani avevano portato con loro un “costume di serietà e dignità rurale d’antica provincia”. Sono ammassi di casette bianche dipinte a calce come i villaggi beduini, che in seguito si sono evoluti in quartieri di villini e palazzine abusive che sono stati via via legalizzati e dotati di tutte le infrastrutture urbane. Le borgate ufficiali invece sono quelle “costruite dal Comune, si direbbe a bella posta, per concentrarvi i poveri, gli indesiderabili.” Le prime borgate ufficiali sono state le borgate fasciste dopo le demolizioni operate dal Regime nel centro storico, quando “forti contingenti di sottoproletariato romano, formicolante al centro, negli antichi quartieri sventrati, furono deportati in mezzo alla campagna, in quartieri isolati, costruiti non a caso come caserme o prigioni”. Al contrario della struttura urbana caotica e irregolare delle borgate abusive, in quelle ufficiali regna la geometria, lo stile è la ripetizione ossessiva delle case e dei cortili uniformi e omologanti. La seconda generazione di borgate ufficiali è quella a cui assiste Pasolini negli anni Cinquanta e che fanno da sfondo ai romanzi Una vita violenta e Ragazzi di vita: “le borgate democristiane sono identiche a quelle fasciste, perché identico è il rapporto che si istituisce tra Stato e i poveri: rapporto autoritario e paternalistico, profondamente inumano nella sua mistificazione religiosa”. Quello che cambia nelle borgate democristiane, rispetto a quelle fasciste, è la densità e l’altezza dei palazzoni, sempre identici tra loro ma disposti in diagonale per sfruttare al meglio la luce del sole. Si tratta dei quartieri neorealisti come il Quarticciolo, il Tuscolano e Tiburtino, dove lo stile dell’architettura razionalista nordeuropeo a volte si ibrida con uno più rurale e vernacolare che gli conferisce secondo Pasolini “un’aria romantica e civettuola”[20].

Il 2 novembre del 1975 Pasolini viene assassinato barbaramente all’Idroscalo di Ostia. La sua morte rimane ancora uno dei grandi misteri della storia italiana in cui sono implicati i servizi segreti cosiddetti “deviati”, la loggia massonica P2, e la direzione dell’ENI su cui Pasolini stava scrivendo il libro Petrolio. In quell’anno architetti e amministratori di sinistra lavoravano alla progettazione dei nuovi Piani per l’Edilizia Economica e Popolare (P.E.E.P.)[21], la terza generazione di borgate ufficiali che Pasolini non ha mai visto: Corviale, Tor Bella Monaca, Laurentino 38 e gli altri grandi quartieri della città pubblica dove sono finiti ad abitare gli ex-baraccati descritti nel Viaggio dentro Roma e dintorni. Posso immaginare che Pasolini avrebbe vissuto la nascita di questi quartieri come una nuova generazione di “campi di concentramento per miserabili”. Erano quartieri progettati come autosufficienti e che avrebbero dovuto essere dotati di servizi e infrastrutture, ma che sono rimasti per anni dei giganteschi satelliti scollegati dalla città. Oggi dopo anni di abbandono hanno cominciato a tornare nel dibattito urbanistico attraverso le nuove politiche di recupero edilizio della cosiddetta Rigenerazione Urbana, che non sempre prevede anche un recupero sociale ed una Rigenerazione Umana. La città anche qui si è evoluta e anche qui si avuta una modificazione sociale. Oggi non ci abitano più solo gli indesiderabili, ma anche una classe medio-borghese che si organizza in comitati e si oppone agli stereotipi e alle semplificazioni dei media, che dipingono questi quartieri semplicemente come ecomostri da abbattere. La società neoliberista che Pasolini aveva solo intravisto e previsto, per sua natura omologante, ha trasformato i cittadini in consumatori, i proletari in aspiranti borghesi. Negli ultimi anni della sua vita aveva detto che non c’era più speranza per Roma. In un’intervista che gli chiedeva di provare di antropomorfizzare la città aveva risposto:

“le attribuirei un sesso né maschile né femminile. Ma quello speciale sesso che è il sesso dei ragazzi. (…) il tipo di anima che nasce da una concezione non moralistica del mondo. E quindi nemmeno cristiana. L’anima di uno che ha una propria morale di tipo stoico-epicureo sopravvissuta, diciamo al cattolicesimo. (…) Roma è la città meno cattolica del mondo. Era una grande capitale popolare. Proletaria e sottoproletaria. Non più adesso che è diventata una città piccolo borghese. Oggi il ragazzo di borgata inforca la motoretta e viene al centro. Non si dice neanche più, come si diceva, vado dentro Roma. Il centro li ha rggiunti. (…) Prima gli uomini e le donne delle borgate non sentivano nessun complesso di inferiorità per il fatto di non appartenere alla classe cosiddetta privilegiata. Sentivano l’ingiustizia della povertà, ma non avevano invidia del ricco, dell’agiato. Lo consideravano anzi quasi un essere inferiore, incapace di aderire alla loro filosofia. Oggi invece sentono questo complesso di inferiorità. Se osserva i giovani popolani vedrà che non cercano più di imporsi per quello che essi sono, ma cercano di mimetizzarsi.”[22]

Oggi a Roma l’omologazione sociale e culturale continua ad avanzare come il fronte della città. La rivoluzione mediatica prima e quella informatica poi, hanno completamente modificato i tessuti sociali. Perfino i Rom, i più restii ad abbandonare le loro culture millenarie, cominciano a rinunciare alla loro fierezza di mostrarsi diversi per infine mimetizzarsi. Ma ancora qualche sacca di resistenza esiste, o meglio si evolve. Se ci si inoltra oltre la maschera mediatica e si cammina fuori dalla mappa si viene a contatto con mondi “nascosti agli sguardi dei turisti e dei benpensanti” dove cresce ancora ciò che ci salva. Ne sono un esempio le occupazioni abitative in cui le culture popolari portate dai migranti si mescolano tra loro e con ciò che rimane della nostre culture antagoniste, per rivendicare insieme non più il solo diritto alla casa, ma il diritto alla città. Migliaia di cittadini rifiutano di essere segregati e deportati nelle più lontane periferie e sottraendo la rendita ai poteri dominanti, occupano in centro edifici abbandonati trasformandoli in nuovi condomini interculturali[23]. A Roma la cultura popolare resiste e continua a trasformarsi. Andare a perdersi come fratelli dei cani tra gli interstizi di Roma è ancora oggi un’Odissea degna di essere cantata.



[1] L’inchiesta Viaggio per Roma e dintorni condotta per “Vie Nuove” viene pubblicata il 24 maggio del 1958.

[2] L’episodio è raccontato in Giovanni Berlinguer e Piero Della Seta, Borgate di Roma, Editori Riuniti, Roma 1960 e 1976.

[3] Pier Paolo Pasolini, Il fronte della Città, “Vie Nuove”, Roma, 24 maggio 1958.

[4] Su Stalker nei suoi primi anni di attività a Roma, cfr.: Flaminia Gennari, Progett/Azioni: tra i nuovi esploratori della città contemporanea, "Flash Art" n ° 200/1996, p. 62-64; Emanuela de Cecco, Non volendo aggiungere altre cose al mondo, "Flash Art" n ° 200/1996, p. 64; Lorenzo Romito, Stalker, in Peter Lang (ed.), Suburban Discipline, Princeton Architectural Press, New York 1997, p. 130-141; Francesco Careri, Rome, archipel fractal, voyage dans les combles de la ville, "Techniques & Architecture" n° 427, Paris, pp. 84-87; Stalker, A Travers les Territoires Actuels / Attraverso i Territori Attuali, Jean Michel Place, Paris 2000. Vedi anche: http://www.osservatorionomade.net/tarkowsky/tarko.html#

[5] Il Manifesto Stalker è stato scritto da Lorenzo Romito nel gennaio 1996, in occasione della mostra Mappe alla Galleria Care Off di Milano, è pubblicato in diverse lingue sul sito http://digilander.libero.it/stalkerlab/tarkowsky/manifesto/manifest.htm. La traduzione in spagnolo è pubblicata su Stalker, Stalker.doc, in “Estrabismos”, CEDMA Centro de la Deputaciòn de Malaga, Malaga 2008.

[6] Il festival era organizzato da Dark Camera & Art Department, un gruppo di studenti di architettura che si erano incontrati come noi di Stalker all’occupazione della Facoltà di Architettura nel 1990 durante movimento studentesco della “Pantera”.

[7] Vedi: https://www.youtube.com/watch?v=Tor5iX8V7b0&ab_channel=GabriellaFerri-Topic

[8] Su questo tema esiste una notevole documentazione cinematografica tra cui ricordiamo il film del 1969 di Cecilia Mangini Domani vincerò, in cui si racconta il passaggio degli zingari del Mandrione da cavallari a pugili, e i due documentari RAI del 1978 di Gianni Serra, Al margine  e  Essere zingari al Mandrione. Da ricordare inoltre le mostre Crescere zingaro al Mandrione e Zingaro a tre anni curate da Angelina Linda Zammataro, che fece un grandissimo lavoro di integrazione, tanto che i rom del Mandrione furono i soli Rom a Roma ad essere inseriti nelle liste delle case popolari e furono trasferiti nel quartiere di Spinaceto.

[9] Pier Paolo Pasolini, I tuguri, Vie Nuove”, 24 maggio 1958.

[10] La Poesia, pubblicata in questo volume a pag …., è del 1951, pubblicata per la prima volta in "itinerari" del 1953 e in seguito nella raccolta "Dai Diari 1943-1953. Poesia con letteratura". Cfr. Walter Siti, a cura di, Pier Paolo Pasolini, Tutte le opere, vol.1, collezione "I Meridiani", Arnoldo Mondadori, Milano 2003, pp. 754-755.

[11] Bruce Chatwin, The songlines (1987), trad. it. le vie dei canti, Adelphi, Milano, 1988

[12] L’azione di Stalker Walkabout Pasolini è pubblicata con il titolo Stalker, via del Mandrione, nella rivista “Initiales” n°7/2016, PPP numero monografico su Pier Paolo Pasolini, Ecole Nationale Supérieure des Beaux-Arts de Lyon, pp. 98-99.

[13] Per maggiori info vedi: http://articiviche.blogspot.com/

[14] Pier Paolo Pasolini, Trasumanar e organizzar, Garzanti, Milano 1971.

 

[15] Per approfondire: https://suilettidelfiume.wordpress.com/

[16] La situazione dei Rom a Roma in quegli anni è stata descritta nel libro di Francesco Careri e Lorenzo Romito, Stalker-ON / Campus Rom, Altrimedia edizioni, Matera 2017. Si consiglia anche la visione del film di Fabrizio Boni e Giorgio De Finis, C’era una volta Savorengo Ker, 2011, disponibile su https://www.iridaproduzioni.com/produzioni-video/savorengo-ker-documentario/

[17] Pier Paolo Pasolini, I campi di concentramento, Vie Nuove”, 24 maggio 1958.

[18] Il riferimento è al libro di Piero Brunello, L'urbanistica del disprezzo: campi rom e società italiana, Manifestolibri, Roma 1996.

[19] Su questi temi cfr: Alberto Clementi e Francesco Perego (a cura di), La metropoli spontanea. Il caso di Roma, Dedalo, Bari 1983, Vezio De Lucia, Se questa è una città, Editori Riuniti, Roma 1989; Franco Martinelli, Roma Nuova. Borgate Spontanee e insediamenti pubblici, Angeli, Milano 1990.

[20] Su questi temi cfr. Ludovico Quaroni, Il paese dei barocchi, in "Casabella-Continuità", n.215, 1957

[21] Un libro utile per comprendere le trasformazioni dell’urbanistica romana è quello di Italo Insolera, Roma moderna. Un secolo di Storia urbanistica, Einaudi, Torino 1962, di cui si consiglia l’ultima versione aggiornata con Paolo Berdini, Roma moderna. Da Napoleone I al XXI secolo, Einaudi, Torino 2011.

[22] Luigi Sommaruga, Intervista a Pier Paolo Pasolini, “il Messaggero” 9 giugno 1973.

[23] Su questi temi cfr. Francesco Careri, Tano, Blu e il Porto Fluviale, in Giorgio de Finis, Fabio Benincasa, Andrea Facchi, “EXPLOIT. Come rovesciare il mondo dell’arte. D-Istruzioni per l’uso”, Bordeaux Edizioni, Roma 2015; Irene Di Noto e Giorgio De Finis, R/home. Diritto all’abitare dovere capitale, Bordeaux Edizioni, Roma 2018; Tano D'Amico, Cristiano Armati, Guerra ai poveri. La resistenza del movimento per il Diritto all’Abitare. Roma 2009 – 2019, RedstarPress, Roma 2019; Laboratorio CIRCO, CIRCO. Un immaginario di città ospitale, Bordeaux Edizioni, Roma 2021.

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